L’il­lu­mi­na­zio­ne, la musica di sot­to­fon­do, il marketing olfattivo… da tempo le strategie di vendita adottate nel commercio al dettaglio non si limitano solamente al po­si­zio­na­men­to dei prodotti. Perché un tour di shopping diventi un’espe­rien­za degna di nota, gli esperti di marketing pia­ni­fi­ca­no la la di­spo­si­zio­ne degli spazi com­mer­cia­li fino nel minimo dettaglio. Il loro scopo è quello di rea­liz­za­re un ambiente che inviti il più possibile all’acquisto andando quindi a stimolare l’inconscio del cliente.  

Un ambiente che stimola l’acquisto non è im­por­tan­te solamente nel commercio al dettaglio, ma lo è al­tret­tan­to anche nel commercio online: così anche le realtà degli e-commerce sfruttano le opzioni a loro di­spo­si­zio­ne per mettere in bella luce i propri prodotti e servizi sul web. Il world wide web mette alla prova i clienti con un so­vrac­ca­ri­co di offerte di siti web com­mer­cia­li che so­li­ta­men­te pro­pon­go­no più o meno le medesime cose. Vista l’invasione di offerte, il com­mer­cian­te online si pone la questione: “Perché il cliente dovrebbe ef­fet­tua­re l’acquisto da me e non da un mio con­cor­ren­te?”. Con­si­de­ran­do dunque la so­mi­glian­za della merce, a questo punto non sono i ra­gio­na­men­ti razionali a giocare un ruolo fon­da­men­ta­le.

Perlomeno questa è la risposta della neu­ro­scien­za: secondo questa di­sci­pli­na, infatti, le decisioni di acquisto dipendono da quelle regioni cerebrali in cui avvengono l’ela­bo­ra­zio­ne delle emozioni e il mo­ni­to­rag­gio degli impulsi pri­mor­dia­li. Fino a che punto queste con­nes­sio­ni ri­co­no­sciu­te dalla neu­ro­scien­za possano essere utili per il marketing, è la domanda prin­ci­pa­le che si pone la di­sci­pli­na del neu­ro­mar­ke­ting.

Cos’è il neu­ro­mar­ke­ting?

Il neu­ro­mar­ke­ting è un settore di ricerca in­ter­di­sci­pli­na­re che si posiziona tra la ricerca di mercato e la neu­roe­co­no­mia. Mente le neu­roe­co­no­mie tentano di spiegare i processi economici di decisione grazie all’ausilio di metodi neu­ro­scien­ti­fi­ci, il neu­ro­mar­ke­ting ha invece lo scopo di svi­lup­pa­re nuovi strumenti e strategie di marketing sulla base di queste teorie.

La ricerca neu­roe­co­no­mi­ca si basa sulla sup­po­si­zio­ne che le decisioni si svi­lup­pa­no so­prat­tut­to a partire da processi inconsci. Invece di ra­gio­na­men­ti razionali, sarebbero piuttosto le emozioni che portano i clienti a ef­fet­tua­re decisioni d’acquisto.

Lo scopo del neu­ro­mar­ke­ting è l’ot­ti­miz­za­zio­ne dei processi di marketing, per cui ci si concentra sul punto di vista del con­su­ma­to­re. Si cerca, infatti, di decifrare quali processi inconsci siano in funzione al momento dell’acquisto oppure durante la vi­sua­liz­za­zio­ne di uno spot pub­bli­ci­ta­rio. Gli esperti e gli spe­cia­li­sti di marketing sperano di ottenere un’idea della decisione di acquisto in­cor­rot­ta. Il neu­ro­mar­ke­ting promette quindi risposte che finora i classici strumenti di ricerca del marketing non sono riusciti a trovare. Poiché nemmeno gli stessi probandi, per quanto coo­pe­ra­ti­vi, possono sapere come fun­zio­na­no i processi che avvengono in­con­scia­men­te.

Gli strumenti del neu­ro­mar­ke­ting

Il cervello umano è una complessa rete co­sti­tui­ta da ben 100 miliardi di cellule nervose; esso elabora le per­ce­zio­ni sen­so­ria­li, coordina il com­por­ta­men­to complesso e funge da archivio centrale per tutte le in­for­ma­zio­ni svi­lup­pa­te dall’organismo. Qui sono ben radicati pensieri, opinioni, mentalità, desideri e in­ten­zio­ni.

Il cervello è la base fisica dei processi e delle strutture mentali di un individuo per cui è anche il fon­da­men­to della co­gni­zio­ne e delle emozioni. Come queste in­te­ra­gi­sco­no tra loro e dunque come ge­sti­sco­no i processi de­ci­sio­na­li, è l’oggetto di diversi campi di ricerca. Non esistono risposte de­fi­ni­ti­ve. La scienza neuronale approccia questa domanda, tentando di com­pren­de­re appieno i processi fisici e chimici che avvengono all’interno del cervello. A questo scopo vengono uti­liz­za­ti so­prat­tut­to metodi di analisi neu­ro­psi­co­lo­gi­ci non invasivi come l’elet­troen­ce­fa­lo­gra­fia (EEG) oppure la risonanza magnetica fun­zio­na­le neuronale (RMF o fMRI).

  • EEG: l’elet­troen­ce­fa­lo­gra­fia è la mi­su­ra­zio­ne dell’attività elettrica celebrale. Il processo di mi­su­ra­zio­ne rileva va­ria­zio­ni della tensione sulla su­per­fi­cie corporea, che vengono re­gi­stra­te e rap­pre­sen­ta­te gra­fi­ca­men­te. Non essendo una dia­gno­sti­ca per immagini, l’elet­troen­ce­fa­lo­gra­fia offre spie­ga­zio­ni riguardo alle reazioni fi­sio­lo­gi­che nel cervello ma non le mette in relazione alle strutture ana­to­mi­che che vi stanno alla base. Grazie ad esse, quindi, i ri­cer­ca­to­ri sono in grado di rilevare che uno stimolo specifico richiama una reazione, ma non riescono a stabilire in quale settore celebrale avvenga.
  • RFM o fMRI: la risonanza magnetica fun­zio­na­le è una dia­gno­sti­ca per immagini che permette di rap­pre­sen­ta­re le aree celebrali attive in una pro­spet­ti­va spaziale. Per fare ciò la fMRI sfrutta le diverse ca­rat­te­ri­sti­che ma­gne­ti­che del sangue os­si­ge­na­to e non os­si­ge­na­to per rendere visibili le dif­fe­ren­ze di cir­co­la­zio­ne sanguigna. Queste sug­ge­ri­sco­no un’attività neuronale nelle cor­ri­spet­ti­ve aree cerebrali. Di­ver­sa­men­te dalle tecniche che non sono dia­gno­sti­che per immagini, come appunto l’EEG, le reazioni possono essere associate a spe­ci­fi­che aree del cervello.

Inoltre, sempre nell’ambito della ricerca sugli effetti della pub­bli­ci­tà, il neu­ro­mar­ke­ting fa uso anche delle tecniche psi­co­fi­sio­lo­gi­che come la mi­su­ra­zio­ne della frequenza cardiaca, l’attività elet­tro­der­mi­ca (EDA) oppure l’ocu­lo­me­tria (eye-tracking).

  • Frequenza cardiaca: durante la mi­su­ra­zio­ne della frequenza cardiaca viene rilevata la quantità dei battiti cardiaci in un in­ter­val­lo di tempo definito pre­ce­den­te­men­te. Lo scopo è di re­gi­stra­re l’at­ten­zio­ne o in al­ter­na­ti­va l’at­ti­va­zio­ne (o, in inglese, arousal) del probando rispetto agli stimoli pre­sen­ta­ti­gli.
  • Attività elet­tro­der­mi­ca (EDA): viene definita una reazione elet­tro­der­mi­ca un rapido calo della re­si­sten­za elettrica cutanea. Essa viene provocata da reazioni emo­zio­na­li e affettive all’interno del sistema nervoso. Se durante la ma­ni­fe­sta­zio­ne di uno stimolo si arriva a una reazione elet­tro­der­mi­ca, allora è un segno che il probando è attivo.
  • Ocu­lo­me­tria (eye-tracking): il processo di eye-tracking è una tecnica di mo­ni­to­rag­gio oculare in cui si rileva il percorso ef­fet­tua­to dall’occhio del probando in seguito ad aver ricevuto degli stimoli visivi. Grazie ad ap­pa­rec­chi tecnici specifici è possibile tracciare il percorso dell’occhio e sud­di­vi­der­lo in fis­sa­zio­ni (fase di ac­qui­si­zio­ne delle in­for­ma­zio­ni) e saccadi (fase di movimento dell’occhio senza ac­qui­si­zio­ne di in­for­ma­zio­ni).

Ricerca sugli effetti della pub­bli­ci­tà

Nel quadro del neu­ro­mar­ke­ting vengono spesso applicati metodi di analisi psi­co­lo­gi­ci e neu­ro­fi­sio­lo­gi­ci per studiare la reazione di un po­ten­zia­le target rispetto a mezzi pub­bli­ci­ta­ri, design del prodotto, struttura dei canali di di­stri­bu­zio­ne o al­le­sti­men­to degli spazi com­mer­cia­li. I possibili stimoli, i cui effetti possono essere esaminati, sono diverse versioni di uno spot pub­bli­ci­ta­rio, un sito web, un’in­ter­fac­cia di un software o di un’ap­pli­ca­zio­ne, oppure una con­fe­zio­ne di un prodotto. L’e-commerce si basa su pro­ce­di­men­ti di questo genere per rendere possibile la perfetta pro­get­ta­zio­ne e il po­si­zio­na­men­to corretto di banner, pulsanti di pre­no­ta­zio­ne e CTA (Call To Action).

Le questioni prin­ci­pa­li sono: dove guarda il con­su­ma­to­re? Qual è la sua reazione? Quali aree cerebrali vengono attivate? Lo scopo è di rendere chiari i processi psichici provocati dai mezzi e dalla pro­get­ta­zio­ne pub­bli­ci­ta­ria grazie all’aiuto di metodi neu­ro­lo­gi­ci. So­li­ta­men­te entrano in gioco tecniche come l’appena accennata ocu­lo­me­tria, anche co­no­sciu­ta come eye-tracking, per rilevare il percorso ef­fet­tua­to dall’occhio e la durata della per­ma­nen­za su uno stimolo. In com­bi­na­zio­ne con le dia­gno­sti­che per immagini come l’fMRI è possibile valutare quali aree neuronali vengono attivate durante l’os­ser­va­zio­ne di uno stimolo. Se tramite un’attività neuronale un probando reagisce a uno stimolo in una specifica area del cervello, allora questo fa supporre che esistano spe­ci­fi­che reazioni da poter associare a ri­spet­ti­ve aree cerebrali.

Pro­ce­den­do con le analisi neu­ro­lo­gi­che e psi­co­fi­sio­lo­gi­che va tenuto in con­si­de­ra­zio­ne che si tratta esclu­si­va­men­te di mi­su­ra­zio­ni ef­fet­tua­te in con­di­zio­ni di la­bo­ra­to­rio. Ciò comunque non implica che non si sia in grado di estra­po­la­re tesi valide riguardo alle attività cerebrali e al coin­vol­gi­men­to di de­ter­mi­na­te strutture ana­to­mi­che. Tuttavia in­ter­pre­ta­re cor­ret­ta­men­te i risultati delle mi­su­ra­zio­ni in relazione ai quesiti di marketing è solamente possibile se gli esiti degli espe­ri­men­ti sono in linea con le nozioni delle ricerche neu­ro­scien­ti­fi­che e psi­co­lo­gi­che ed è quindi possibile in­di­vi­dua­re una cor­re­la­zio­ne tra di esse.

Solamente tenendo in con­si­de­ra­zio­ne che all’area cerebrale dell’amigdala, ovvero la parte cerebrale del co­sid­det­to sistema limbico, viene associata la co­lo­ri­tu­ra emo­zio­na­le delle in­for­ma­zio­ni, si può suc­ces­si­va­men­te formulare la corretta in­ter­pre­ta­zio­ne di un’attività cerebrale che si svolge al suo interno a fronte di uno stimolo specifico. Nell’ambito della ricerca psi­co­lo­gi­ca delle emozioni risulta ormai indubbio che le emozioni in­fluen­zi­no in modo decisivo il modo in cui per­ce­pia­mo e valutiamo il mondo esterno.

Diversi studi neu­ro­scien­ti­fi­ci, in primis quelli ef­fet­tua­ti da António Damásio (Descartes’ Error) e Joseph LeDoux (The Emotional Brain), hanno di­mo­stra­to che le emozioni con­di­zio­na­no l’at­ten­zio­ne e la memoria, oltre che sot­to­li­nea­re che la va­lu­ta­zio­ne emo­zio­na­le viene elaborata più in pro­fon­di­tà: quindi pra­ti­ca­men­te tutti i processi di giudizio avvengono a partire dalle emozioni. I ricordi legati a forti emozioni hanno un’im­por­tan­za sog­get­ti­va, per cui vengono collegati, integrati e attivati in maniera migliore.

Gli esperti di marketing si in­te­res­sa­no in par­ti­co­la­re del sistema me­so­lim­bi­co, anche detto do­pa­mi­ner­gi­co, e del suo neu­ro­tra­smet­ti­to­re, la dopamina. Un’at­ti­va­zio­ne all’interno del co­sid­det­to sistema di ri­com­pen­sa viene connessa all’emozione della gioia e alla co­sti­tu­zio­ne di sen­sa­zio­ni di piacere. Secondo i neu­ro­scien­zia­ti una delle funzioni prin­ci­pa­li del sistema me­so­lim­bi­co è il raf­for­za­men­to della volontà di agire. Un’at­ti­va­zio­ne all’interno dell’area cor­ri­spon­den­te viene in­ter­pre­ta­ta come stimolo positivo per i processi che dipendono dalla mo­ti­va­zio­ne. Il sistema me­so­lim­bi­co gioca un ruolo fon­da­men­ta­le nel raf­for­za­men­to dell’ap­pren­di­men­to della ri­com­pen­sa.

Anche la sen­sa­zio­ne di un guadagno utile viene connesso all’at­ti­va­zio­ne del sistema di ri­com­pen­sa. Questa sen­sa­zio­ne non si presenta solamente quando una persona ottiene un premio come risultato di una decisione, ma anche quando la persona si aspetta una ri­com­pen­sa futura, per cui prova un senso di pre­gu­sta­zio­ne. Su questa base sono state quindi ef­fet­tua­te analisi nel campo del design del prodotto che hanno di­mo­stra­to, ad esempio, che le au­to­mo­bi­li sportive e di lusso riescono ad attivare in maniera molto più potente le aree cerebrali connesse alla ri­com­pen­sa rispetto invece ai modelli di au­to­mo­bi­li comuni. Questa reazione si può ri­con­dur­re alle as­so­cia­zio­ni che si fanno alle posizioni sociali, che sono so­li­ta­men­te connesse al possesso di una de­ter­mi­na­ta vettura. Anche lo status può essere una forma di ri­com­pen­sa sociale, anche quando questa non è ancora stata raggiunta ma è solo in pro­spet­ti­va.

Se ciò convinca i clienti a stri­scia­re la carta di credito, è un’altra questione, perché comunque le decisioni di acquisto non sono ri­con­du­ci­bi­li esclu­si­va­men­te alle emozioni attivate tramite i prov­ve­di­men­ti di marketing. Non vanno certo di­men­ti­ca­ti lo stato d’animo attuale di un po­ten­zia­le cliente, i consigli che ha ricevuto da parte di amici o co­no­scen­ti, le espe­rien­ze pregresse con prodotti o servizi: tutti questi fattori, infatti, si con­giun­go­no e vanno a con­di­zio­na­re il processo de­ci­sio­na­le. A questi si ag­giun­go­no anche fattori esterni, come ad esempio in­ter­ru­zio­ni o di­stra­zio­ni da parte di altre persone, che finiscono per in­fluen­za­re il con­su­ma­to­re durante il processo di acquisto. Le domande fon­da­men­ta­li del marketing non possono quindi trovare risposta solamente sulla base della scienza neuronale.

Marketing neuronale: i trucchi delle in­ser­zio­ni pub­bli­ci­ta­rie

Le co­no­scen­ze scien­ti­fi­che ottenute in merito al fun­zio­na­men­to dei processi cerebrali de­fi­ni­sco­no i confini della ricerca del neu­ro­mar­ke­ting, e tra l’altro in molti settori rilevanti per il marketing la ricerca non ha ancora portato benefici. Ap­pa­rec­chi tecnici troppo im­pe­gna­ti­vi, serie di espe­ri­men­ti costose e pre­sen­ta­zio­ni power point con le aree del cervello evi­den­zia­te sulla base di diversi colori: questi metodi lasciano supporre che lo stato di ricerca attuale sia ancora in parte arretrato, e questo vale anche per il complesso degli effetti di emozione e co­gni­zio­ne, che si trova ancora lontano da una co­no­scen­za ap­pro­fon­di­ta.

La tesi che in un contesto di co­gni­zio­ne dei brand le emozioni abbiano un effetto di pro­mo­zio­ne non è affatto nuova ed è già stata esposta lo scorso secolo da psicologi pub­bli­ci­ta­ri, anche senza i costosi studi tramite fMRI. Cio­non­di­me­no le teorie neu­roe­co­no­mi­che, psi­co­lo­gi­che e della scienza cognitiva prendono sempre più piede all’interno della realtà del marketing, senza ne­ces­sa­ria­men­te fare ri­fe­ri­men­to a metodi di mi­su­ra­zio­ne empirici. Piuttosto che invitare probandi per sot­to­por­li a espe­ri­men­ti in la­bo­ra­to­rio, gli esperti si rivolgono alla let­te­ra­tu­ra tecnica e sfruttano concetti già applicati come arousal, herding, appeal emo­zio­na­le, priming o l’ipotesi dei marker somatici per svi­lup­pa­re trucchi di vendita che do­vreb­be­ro in­fluen­za­re i processi de­ci­sio­na­li inconsci dei propri clienti.

Herding

Le persone si orientano al com­por­ta­men­to di altre persone; so­li­ta­men­te ciò accade senza che lo scelgano co­scien­te­men­te. Se una persona parla piano, anche il suo in­ter­lo­cu­to­re inizierà a sus­sur­ra­re. Se il primo deve sba­di­glia­re, il secondo faticherà a non imitarlo. La neu­ro­scien­za spiega questo fenomeno con i co­sid­det­ti neuroni specchio.

Sono stati descritti per la prima volta dal gruppo di ricerca guidato dal neu­ro­scien­zia­to italiano Giacomo Riz­zo­lat­ti: è stato infatti affermato che i neuroni presenti in un’area specifica del cervello non reagivano solamente quando il probando sot­to­po­sto al test ef­fet­tua­va per­so­nal­men­te un’in­te­ra­zio­ne motoria tra la mano e l’oggetto, bensì anche quando questo movimento veniva ri­co­no­sciu­to mentre lo stava ef­fet­tuan­do un’altra persona. Ad oggi si sa che basta già solamente leggere la de­scri­zio­ne di uno specifico com­por­ta­men­to, come ad esempio lo sba­di­glia­re, perché provochi un effetto di imi­ta­zio­ne inconscio.

La teoria dei neuroni specchio offre anche un approccio per la spie­ga­zio­ne del fenomeno dell’istinto gregario che si può osservare sia nell’essere umano sia negli animali: si intende infatti il com­por­ta­men­to in cui un gruppo di individui agisce in maniera col­let­ti­va senza un’istanza di controllo centrale. In relazione a questo fenomeno nel gergo del marketing si è affermato il termine herding. I pro­fes­sio­ni­sti della pub­bli­ci­tà sfruttano l’istinto gregario per dare una spinta al proprio target in modo che vada nella direzione che de­si­de­ra­no.

È possibile osservare un esempio di utilizzo del fenomeno di herding da parte degli esperti di marketing all’interno del settore delle va­lu­ta­zio­ni di prodotto generate dagli utenti, un servizio ormai offerto da qualsiasi negozio online. Il fatto che i con­su­ma­to­ri pre­fe­ri­sca­no scegliere prodotti e servizi che sono già stati ac­qui­sta­ti da altri e che sono stati con­si­de­ra­ti validi, non è certo un segreto: d’altronde chi vorrebbe mai scegliere di al­log­gia­re in un hotel che il vi­si­ta­to­re pre­ce­den­te ha valutato con una sola delle cinque stelline per via di scarsità di igiene e di un servizio poco ami­che­vo­le?

Gli esperti di marketing danno per scontato che l’effetto di herding sia più forte quando si tratta di consigli ricevuti da per­so­nag­gi celebri. Ad oggi la forma di herding più comune sono le pub­bli­ci­tà con te­sti­mo­nial famosi, entrati ormai a fare parte della quo­ti­dia­ni­tà. Sono invece re­la­ti­va­men­te nuovi i formati pub­bli­ci­ta­ri dei video come possono essere i Let’s-play, gli Hauls oppure video Unboxing, in cui il con­su­ma­to­re può provare dei vi­deo­gio­chi oppure scartare di fronte alla vi­deo­ca­me­ra un prodotto che ha ac­qui­sta­to, testarlo e, nel migliore dei casi, con­si­gliar­lo ad altre persone. La quantità degli annunci su YouTube e su altri portali video è em­ble­ma­ti­ca della di­men­sio­ne del target che si può rag­giun­ge­re con questo tipo di pub­bli­ci­tà generata in base all’utente.

Appeal emo­zio­na­le del brand

Se si segue la tesi che le emozioni in­fluen­za­no in maniera decisiva l’ela­bo­ra­zio­ne di in­for­ma­zio­ni in relazione ai processi di memoria, pensiero e decisione, allora nasce da sé anche la con­nes­sio­ne che si instaura tra marche, prodotti o servizi e spe­ci­fi­che emozioni. Per riuscire a im­pri­mer­si nella memoria dei con­su­ma­to­ri, infatti, non basta proporre degli argomenti razionali. Sarebbe invece più opportuno che i re­spon­sa­bi­li del marketing met­tes­se­ro in primo piano il valore emo­zio­na­le legato a ciò che intendono vendere.

Os­ser­van­do il mercato delle bevande ener­ge­ti­che, delle tavolette di cioc­co­la­ta e delle bevande non alcoliche è possibile stimare quale posizione arrivino ad occupare nella scala di valori dei propri clienti i brand densi di emozioni. In questo caso sono in vantaggio le aziende che puntano da decenni sul tipo di pub­bli­ci­tà che trasmette emozioni e in cui il mezzo sti­li­sti­co prin­ci­pa­le è lo sto­ry­tel­ling. Questo trucco di marketing sembra essere semplice, quando in realtà trovare belle storie e riuscire a rac­con­tar­le attivando un coin­vol­gi­men­to emo­zio­na­le è la di­sci­pli­na primaria del settore pub­bli­ci­ta­rio.

L’esempio più eclatante di un brand carico di emozioni è la sta­tu­ni­ten­se Coca-Cola. Secondo un test, infatti, se viene as­sag­gia­ta a occhi chiusi sarà piuttosto la sua con­cor­ren­te Pepsi ad avere la meglio; ma se invece è visibile il marchio Coca-Cola sul bicchiere, allora la mag­gio­ran­za sceglierà quello. Si può quindi affermare con certezza che la mul­ti­na­zio­na­le è riuscita ad associare il proprio logo a de­ter­mi­na­te emozioni in modo tale che queste finiscano per vincere sul gusto effettivo. Chi pen­se­reb­be di prendere una Pepsi quando ha già in mente il camion di Natale della Coca-Cola?

Un approccio scien­ti­fi­co che spiega come è possibile associare un brand a un’emozione è dato dall’effetto di priming e dall’ipotesi del marcatore somatico (somatic marker hy­po­the­sis, SMH).

Priming

In psi­co­lo­gia si definisce priming un effetto in cui l’ela­bo­ra­zio­ne di uno stimolo, detto lo stimolo finale, viene in­fluen­za­to in tal modo che uno stimolo pre­ce­den­te, ossia lo stimolo suggerito, vada ad attivare contenuti della memoria impliciti. La memoria implicita contiene espe­rien­ze e av­ve­ni­men­ti che provocano de­ter­mi­na­te as­so­cia­zio­ni e che in­con­scia­men­te finiscono per avere un effetto sul vissuto e sul com­por­ta­men­to di una persona. Si dif­fe­ren­zia dai contenuti della memoria espliciti che vengono ri­chia­ma­ti co­scien­te­men­te e che possono venire espressi in parole. Un potente stimolo può essere una parola, un’immagine, un profumo oppure anche un gesto.

La prima de­scri­zio­ne dell’effetto di priming si trova negli studi dello psicologo John A. Bargh, i cui espe­ri­men­ti in Florida sono entrati a far parte della lista dei classici espe­ri­men­ti di psi­co­lo­gia. Bargh ha provato che è possibile in­fluen­za­re il com­por­ta­men­to dei probandi tramite il fenomeno del priming. Due diversi elenchi di parole venivano sot­to­po­sti come stimoli pregnanti. Mentre il gruppo spe­ri­men­ta­le era occupato con due esercizi in suc­ces­sio­ne con le parole smemorato, calvizie, grigio, ruga o Florida, che si as­so­cia­va­no pa­le­se­men­te all’ambito anzianità, il gruppo di controllo riceveva invece un elenco di parole con altre tematiche. Il fattore de­ter­mi­nan­te dell’espe­ri­men­to è stato fare cambiare il luogo tra il primo e il secondo esercizio. Bargh ha osservato che il gruppo spe­ri­men­ta­le, con l’effetto priming dell’elenco con l’argomento anzianità, si è infatti diretto molto più len­ta­men­te verso la seconda stanza rispetto al gruppo di controllo. Ne ha quindi dedotto che già solo la lettura di spe­ci­fi­che parole aveva in­fluen­za­to in­con­scia­men­te i probandi.

L’espe­ri­men­to di Bargh in Florida ha catturato l’at­ten­zio­ne non solo per le im­pli­ca­zio­ni che ne risultano in relazione alle decisioni umane e al libero arbitrio, ma anche perché negli studi ef­fet­tua­ti in seguito non sono stati re­pli­ca­bi­li risultati simili. Effetti analoghi si sono re­gi­stra­ti anche in altri studi socio-psi­co­lo­gi­ci e psi­co­lin­gui­sti­ci ad essi pa­ra­go­na­bi­li, per cui il priming è oggi un termine standard della psi­co­lo­gia.

Anche nel marketing entrano in azione delle strategie che sono da ri­con­dur­re all’effetto priming. Non importa che si tratti di im­po­sta­zio­ni di mezzi pub­bli­ci­ta­ri, del design di un sito web o dell’al­le­sti­men­to di locali la­vo­ra­ti­vi: ovunque vengono applicati stimoli sotto forma di parole, immagini, odori, per con­di­zio­na­re in­con­scia­men­te le scelte d’acquisto dei con­su­ma­to­ri. Oltre al priming semantico, in primo piano si ritrovano so­prat­tut­to il priming affettivo e l’at­ti­va­zio­ne di emozioni. In questo modo nel marketing vengono scatenati ad esempio ste­reo­ti­pi, pre­giu­di­zi e bisogni usando degli stimoli.

  • Il priming semantico definisce un effetto priming in cui uno stimolo verbale agisce attivando as­so­cia­zio­ni con­cet­tua­li, ovvero i co­sid­det­ti campi semantici. Gli studi sul priming mostrano che l’ela­bo­ra­zio­ne di una parola è in­fluen­za­bi­le a partire dalla parola pre­ce­den­te se tra le due parole sussiste una con­nes­sio­ne semantica. Infatti, per esempio, i probandi re­ce­pi­sco­no la parola “in­fer­mie­ra” più ve­lo­ce­men­te se prima leggono la parola “medico”. I psi­co­lin­gui­sti e gli scien­zia­ti cognitivi spiegano questo fenomeno come segue: uno stimolo in forma di una singola parola porta all’at­ti­va­zio­ne di un intero concetto. A leggere la parola “medico” vengono subito in mente le corsie e i per­so­nag­gi delle serie tv Emergency Room o Scrubs.
  • Il priming affettivo definisce un effetto priming in cui la va­lu­ta­zio­ne emo­zio­na­le di uno stimolo ricevuto in pre­ce­den­za, ovvero uno stimolo di sug­ge­ri­men­to, ha con­se­guen­ze sull’ela­bo­ra­zio­ne di uno stimolo suc­ces­si­vo, quello finale. Gli studi dello psicologo sociale sta­tu­ni­ten­se Russell Fazio di­mo­stra­no che l’ela­bo­ra­zio­ne di uno stimolo affettivo viene al­leg­ge­ri­ta se a questo è preceduto uno stimolo con­si­sten­te­men­te affettivo, quindi uno stimolo che provoca una sen­sa­zio­ne simile.

A seconda delle con­nes­sio­ni che può avere uno stimolo di sug­ge­ri­men­to con uno stimolo finale, è possibile osservare effetti positivi o negativi. L’ela­bo­ra­zio­ne di uno stimolo finale viene ve­lo­ciz­za­to oppure ral­len­ta­to. Nell’ambito del neu­ro­mar­ke­ting si ambisce più che altro a un priming positivo che attivi emozioni: i prodotti e i brand devono essere associati a emozioni positive e im­pri­mer­si così sal­da­men­te nella mente del ri­spet­ti­vo target.

In par­ti­co­lar modo i pub­bli­ci­ta­ri sono impegnati a suscitare as­so­cia­zio­ni positive e affetti tramite priming e a tra­smet­ter­li al prodotto o al servizio spon­so­riz­za­to: gli stimoli vengono applicati sotto forma di parole, immagini, musica, gesti o odori e in un modo tale da aprire la strada al messaggio pub­bli­ci­ta­rio. Si possono trovare mol­te­pli­ci esempi di priming affettivo all’interno del settore au­to­mo­bi­li­sti­co: negli spot di vetture di lusso o sportive di norma si ri­chia­ma­no i temi del di­ver­ti­men­to alla guida o della sen­sa­zio­ne di libertà. Argomenti razionali come l’ef­fi­cien­za ener­ge­ti­ca o un prezzo con­ve­nien­te giocano invece un ruolo se­con­da­rio.

Per collegare sal­da­men­te emozioni positive a marche, prodotti e servizi la pub­bli­ci­tà si serve del metodo della ri­pe­ti­zio­ne. Un buon esempio a riguardo è lo slogan di McDonald’s “I’m loving it”. Che sia in te­le­vi­sio­ne, su manifesti e poster, sul web o sulle con­fe­zio­ni dei prodotti: la marca viene associata alle sen­sa­zio­ni più positive possibili, con la speranza che questa emozione si estenda anche all’offerta del ri­sto­ran­te fast-food. Una tale tra­smis­sio­ne emo­zio­na­le viene definita nella psi­co­lo­gia sociale come effetto alone: si tratta di una di­stor­sio­ne cognitiva in cui la per­ce­zio­ne di un tratto di una persona, una marca o di un prodotto viene in­fluen­za­ta da uno o più tratti, come ad esempio può succedere nel ritenere una persona in­tel­li­gen­te sulla base del suo bell’aspetto.

Marcatore somatico

L’ipotesi del marcatore somatico è da ri­con­dur­re al neu­ro­scien­zia­to António Damásio e si basa sulla sup­po­si­zio­ne che le espe­rien­ze emo­zio­na­li siano radicate nel corpo umano e che vengano coinvolte in maniera decisiva durante le fasi de­ci­sio­na­li. Secondo Damásio, infatti, la scelta tra due al­ter­na­ti­ve viene for­te­men­te in­fluen­za­ta da segnali corporei inconsci, i co­sid­det­ti marcatori somatici. Questi si trovano ana­to­mi­ca­men­te nella corteccia pre­fron­ta­le e ge­sti­sco­no i com­por­ta­men­ti di evi­ta­men­to e di av­vi­ci­na­men­to.

Se in una de­ter­mi­na­ta si­tua­zio­ne una persona per­ce­pi­sce un segnale corporeo positivo, come ad esempio gioia, questa emozione viene espressa con un com­por­ta­men­to inconscio di av­vi­ci­na­men­to. Se si pre­sen­ta­no segnali corporei come ribrezzo o timore, invece, di solito si reagisce cercando di evitare simili si­tua­zio­ni. Secondo Damásio i segnali corporei sotto forma di marcatori somatici sono uno step pre­ce­den­te al processo de­ci­sio­na­le razionale, rap­pre­sen­ta­no ef­fet­tua­no una sorta di “pre-decisione”. A ciò si aggiunge che i marcatori somatici collegano reazioni emo­zio­na­li con i ricordi di de­ter­mi­na­ti av­ve­ni­men­ti. Ogni persona dispone quindi di una sorta di memoria emo­zio­na­le.

Se in un momento suc­ces­si­vo si viene nuo­va­men­te a contatto con lo stimolo cor­ri­spon­den­te, anche le emozioni ad esso collegate vengono riat­ti­va­te. Queste agiscono infatti come una sorta di sistema di guida che dà una spinta in una de­ter­mi­na­ta direzione agli esseri umani mentre sono in procinto di compiere una scelta.

La premessa per l’ipotesi di Damásios sono state delle os­ser­va­zio­ni su pazienti con danni al lobo frontale, i quali per quanto pre­sen­tas­se­ro un’in­tel­li­gen­za e una capacità sociale a livello normale, avevano però dif­fi­col­tà nei processi de­ci­sio­na­li. Per il neu­ro­mar­ke­ting l’ipotesi dei marcatori somatici è di fon­da­men­ta­le im­por­tan­za: se infatti si segue la sup­po­si­zio­ne di Damásios, allora ogni co­mu­ni­ca­zio­ne che stimola le emozioni che avviene nell’ambito pub­bli­ci­ta­rio o di marketing porta ine­qui­vo­ca­bil­men­te a un marcatore somatico, il quale viene attivato ogni volta che il con­su­ma­to­re entra in contatto con il prodotto o con la marca spon­so­riz­za­ta, finendo ine­vi­ta­bil­men­te per in­fluen­za­re le decisioni d’acquisto.

Critica al marketing neuronale

La di­sci­pli­na del neu­ro­mar­ke­ting sim­bo­leg­gia forse la fine del con­su­ma­to­re au­to­de­ter­mi­na­to? Mentre gli esperti di marketing prevedono tempi d’oro, le as­so­cia­zio­ni dei con­su­ma­to­ri non na­scon­do­no la propria pre­oc­cu­pa­zio­ne. Il numero dei crediti ai consumi è in aumento e sempre più con­su­ma­to­ri finiscono in dif­fi­col­tà fi­nan­zia­rie. Il punto in questione è il libero arbitrio del con­su­ma­to­re: ma è davvero mi­nac­cia­to dal neu­ro­mar­ke­ting?

Di sicuro non esiste un pulsante nella mente del con­su­ma­to­re che comanda gli acquisti, al quale si allude spesso nelle pub­bli­ca­zio­ni scien­ti­fi­che di stampo popolare. Le in­ter­con­nes­sio­ni del cervello umano sono troppo complesse perché si facciano sog­gio­ga­re e ma­ni­po­la­re da banali trucchi per la vendita. Piuttosto la neu­ro­scien­za propone modelli di spie­ga­zio­ne che riescono ad associare i processi di pensiero, di per­ce­zio­ne e di decisione umani alle strutture bio­lo­gi­che alla base del cervello.

Per i re­spon­sa­bi­li del marketing i progressi della ricerca neu­ro­lo­gi­ca sono comunque preziosi per poter capire meglio i processi de­ci­sio­na­li dei con­su­ma­to­ri; solo così è infatti possibile pia­ni­fi­ca­re prodotti, mezzi pub­bli­ci­ta­ri o canali di vendita in modo tale che suscitino scalpore, ri­sve­gli­no emozioni e rimangano quindi nella memoria: tre fattori da sempre ritenuti in grado di favorire le vendite. In questo senso il neu­ro­mar­ke­ting rap­pre­sen­ta più un’evo­lu­zio­ne che non una ri­vo­lu­zio­ne della classica ricerca dei consumi. Le co­no­scen­ze e i metodi scoperti finora non perdono im­por­tan­za, bensì vengono com­ple­ta­ti e motivati at­tra­ver­so risultati di ricerche, così che si venga a creare un’immagine più ampia del com­por­ta­men­to dei con­su­ma­to­ri. Il neu­ro­mar­ke­ting è dunque solo uno dei tanti fattori prin­ci­pa­li di quell’intero processo che è il marketing.

Rimane comunque da vedere fino a dove sarà possibile sfruttare le co­no­scen­ze del neu­ro­mar­ke­ting all’interno di campagne di marketing per ma­ni­po­la­re i con­su­ma­to­ri. Ma si­cu­ra­men­te si può affermare che il con­su­ma­to­re te­le­co­man­da­to che per via di una pub­bli­ci­tà creata sulla base di una strategia di neu­ro­mar­ke­ting deve ob­bli­ga­to­ria­men­te ac­qui­sta­re, ap­par­tie­ne ancora puramente alle visioni fan­ta­scien­ti­fi­che. Rimane però si­cu­ra­men­te il dubbio, su quale sia ef­fet­ti­va­men­te il grado di ma­ni­po­la­zio­ne tramite mezzi pub­bli­ci­ta­ri.

Le de­fi­ni­zio­ni popolari del concetto di ma­ni­po­la­zio­ne so­li­ta­men­te pre­sup­pon­go­no metodi di in­fluen­za­men­to, in­vi­si­bi­li agli occhi delle ignare vittime e quindi non con­trol­la­bi­li. Che la pub­bli­ci­tà serva solamente alla vendita è tuttavia noto a chiunque. Per questa ragione anche i con­su­ma­to­ri che visitano un negozio online danno per scontato che la marca o l’azienda descriva solo po­si­ti­va­men­te i prodotti e i servizi che promuove e che il sito web sia strut­tu­ra­to in tal modo che il pulsante per l’acquisto sia ben visibile all’occhio del po­ten­zia­le cliente. Molti metodi uti­liz­za­ti dai pub­bli­ci­ta­ri vengono anche discussi dagli stessi de­sti­na­ta­ri, ovvero dai con­su­ma­to­ri: un classico esempio è il detto ormai comune “Sex sells!” (in italiano: “il sesso vende”). Qui la ricerca neu­roe­co­no­mi­ca può in­ter­ve­ni­re anche per pro­teg­ge­re il con­su­ma­to­re, poiché rende pubbliche le con­nes­sio­ni tra gli effetti e trattiene quindi la potenza della pub­bli­ci­tà togliendo la magia ai prov­ve­di­men­ti di marketing.

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