La mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti è un fattore economico da non sot­to­va­lu­ta­re: la­vo­ra­to­ri motivati sono più pro­dut­ti­vi e portano più guadagni alla vostra azienda. La mo­ti­va­zio­ne dipende for­te­men­te dal legame della ri­spet­ti­va persona nei confronti dell’azienda. La mancanza di impegno a volte è evidente: secondo la società di con­su­len­za Gallup, che dal 2001 conduce studi di fi­de­liz­za­zio­ne dei di­pen­den­ti, ad esempio l’economia tedesca ha perso fino al 2016 tra i 76 e i 99 miliardi di euro all’anno per il fatto che le aziende non riescono a legare emo­ti­va­men­te i propri di­pen­den­ti all’azienda stessa.

So­prat­tut­to le piccole e medie imprese hanno strutture che con­sen­to­no loro di motivare i di­pen­den­ti in modo eco­no­mi­ca­men­te efficace. La maggior parte, tuttavia, manca di strategie ap­pro­pria­te. Solo coloro che com­pren­do­no cor­ret­ta­men­te il concetto psi­co­lo­gi­co di mo­ti­va­zio­ne e riescono ad applicare metodi di mo­ti­va­zio­ne efficaci nella pratica possono con­se­gui­re il successo grazie ai propri di­pen­den­ti e con­se­guen­te­men­te alla propria azienda.

Che cos’è la mo­ti­va­zio­ne?

La mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti è un termine dell’economia, ma il concetto di mo­ti­va­zio­ne in sé proviene dalla psi­co­lo­gia. Per quanto riguarda i di­pen­den­ti, la mo­ti­va­zio­ne è stata studiata anche in campo economico sin dal 1890, ri­ve­sten­do un ruolo im­por­tan­te come fattore di crescita e di in­no­va­zio­ne. Per poter parlare della mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti occorre prima chiarire il concetto di mo­ti­va­zio­ne in generale.

De­fi­ni­zio­ne: la mo­ti­va­zio­ne nella psi­co­lo­gia

La mo­ti­va­zio­ne non può essere misurata o osservata di­ret­ta­men­te. Il concetto descrive uno stato che induce le persone a investire le proprie energie e il proprio tempo nel per­se­gui­re un obiettivo. Più alta è la mo­ti­va­zio­ne, più è probabile che la persona lavori verso il risultato con notevole impegno. La mo­ti­va­zio­ne è quindi la forza che spinge il com­por­ta­men­to e lo mantiene in rotta.

Il grado di mo­ti­va­zio­ne dipende da quanto una persona ritiene le proprie azioni efficaci e im­por­tan­ti. Se una persona si vede impotente di fronte agli obiettivi da rag­giun­ge­re, perde la mo­ti­va­zio­ne. A seconda che l’azione venga scelta in base alla volontà di rag­giun­ge­re un obiettivo positivo o in base alla necessità di evitare uno stato negativo, essa può av­vi­ci­nar­si o al­lon­ta­nar­si da un obiettivo. Ri­com­pen­sa e punizione, inoltre, possono in parte in­fluen­za­re la mo­ti­va­zio­ne.

Per quanto riguarda le cause della mo­ti­va­zio­ne, sono so­prav­vis­su­ti nel corso degli anni due prin­ci­pa­li concetti espli­ca­ti­vi. Da una parte un approccio bio­lo­gi­ca­men­te de­ter­mi­ni­sti­co, che pre­sup­po­ne che gli istinti e le influenze esterne con­trol­li­no gli esseri umani; dall’altra una tesi opposta vede l’uomo come un essere libero, che solo at­tra­ver­so la propria capacità di agire è in grado di con­trol­la­re la propria mo­ti­va­zio­ne. Nessuno dei concetti è però in grado di esaurire tutti gli aspetti dell’argomento. Nella psi­co­lo­gia moderna si combinano so­li­ta­men­te entrambi gli approcci, a seconda del contesto.

Le mo­ti­va­zio­ni in­trin­se­che

La mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca nasce dall’interno. La persona che agisce non ha bisogno di incentivi esterni per lavorare all’ot­te­ni­men­to di un risultato. L’atto stesso muove la persona a con­ti­nua­re l’attività. La mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca è quindi nell’ese­cu­zio­ne stessa: a causa dei propri motivi, la persona è in­te­res­sa­ta a questa par­ti­co­la­re attività, magari perché la trova di­ver­ten­te o perché è curiosa del risultato.

Spesso i di­pen­den­ti hanno già una mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca per il proprio lavoro. I capisaldi della mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca sono:

  • aspet­ta­ti­ve di successo
  • curiosità
  • emozione positiva verso la causa come incentivo

Una persona si candida per una posizione o in­tra­pren­de un lavoro perché può im­ma­gi­na­re di svolgere un’attività in modo per­si­sten­te e intenso. Ad esempio, una giovane laureata in in­for­ma­ti­ca sceglie una posizione di ti­ro­ci­nan­te come esa­mi­na­to­re IT perché le piace la pre­ci­sio­ne e si diverte a trovare errori. In questo modo combina un’emozione positiva con il lavoro ed è curiosa delle sfide che si pre­sen­ta­no. La posizione come ti­ro­ci­nan­te è adatta per un inizio, in quanto l’aspet­ta­ti­va di successo di poter imparare qualcosa di nuovo pre­pa­ran­do­si a posizioni più alte può essere sod­di­sfat­ta.

Per la mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca è im­por­tan­te la sen­sa­zio­ne di efficacia. Se per una persona un’azione ha una finalità in sé, è anche perché è associata alla sen­sa­zio­ne che sta ottenendo qualcosa (per se stessa, ma pro­ba­bil­men­te anche per gli altri). Sen­ti­men­ti di impotenza (non importa ciò che si fa, non cambia nulla) o in­sen­sa­tez­za (il proprio lavoro è poco im­por­tan­te o ad­di­rit­tu­ra inutile) osta­co­la­no la mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca e in casi estremi possono portare al burnout.

Mo­ti­va­zio­ne estrin­se­ca

La mo­ti­va­zio­ne estrin­se­ca fornisce incentivi esterni per svolgere un’azione. Si fa di­stin­zio­ne tra il rinforzo positivo, che consiste in premi per traguardi raggiunti, e il rinforzo negativo, cioè le penalità inflitte per errori o mancanze. Affinché i rinforzi portino ef­fet­ti­va­men­te a un’azione motivata, la persona che ne è colpita deve essere in grado di percepire questi stimoli. Inoltre, gli stimoli devono essere per­so­na­liz­za­ti in base agli individui, che devono ri­co­no­sce­re il valore di questi stimoli.

Ad esempio, se un bambino a scuola riceve come premio per un com­por­ta­men­to positivo uno smiley sul proprio quaderno dei compiti che può pre­sen­ta­re con orgoglio ai propri genitori, la ri­com­pen­sa serve allo scopo: il bambino è motivato a con­ti­nua­re a par­te­ci­pa­re con gioia al corso. Mentre un elogio può rin­for­za­re po­si­ti­va­men­te anche i di­pen­den­ti adulti, la maggior parte di essi ri­mar­reb­be in­dif­fe­ren­te all’uso di un sistema di smiley e ne met­te­reb­be in di­scus­sio­ne il valore.

La mo­ti­va­zio­ne estrin­se­ca è un fattore che i su­per­vi­so­ri possono in­fluen­za­re. Il rinforzo negativo, tuttavia, dovrebbe essere uti­liz­za­to solo per cattiva condotta. Non ha senso mi­nac­cia­re i la­vo­ra­to­ri di punizioni se non si ri­spet­ta­no le scadenze. Invece, un premio come una gita insieme o un giorno di vacanza in più è si­cu­ra­men­te un incentivo che funziona. Dopotutto, la mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca va mantenuta, e ciò si ottiene in­cen­ti­van­do sen­ti­men­ti positivi verso la pro­fes­sio­ne. La punizione imminente promuove invece più che altro paure, stress, ral­len­tan­do anziché ve­lo­ciz­zan­do il lavoro.

Rapporti tra mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca e mo­ti­va­zio­ne estrin­se­ca

Il rinforzo con stimoli esterni può essere solo di breve durata. Chiunque cerchi di motivare i di­pen­den­ti at­tra­ver­so bonus, otterrà risultati soltanto di breve durata; anche le punizioni possono prevenire il ve­ri­fi­car­si di cattiva condotta con la de­ter­ren­za. Ad esempio, un av­ver­ti­men­to mi­nac­cio­so può motivare un di­pen­den­te a non essere co­stan­te­men­te in ritardo. La punizione però non affronta il problema alla radice: perché l’impiegato è spesso in ritardo? Pro­ba­bil­men­te la persona manca di mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca, e di solito questo accade quando alcuni bisogni di base non sono sod­di­sfat­ti.

Pertanto anziché mi­nac­cia­re con delle punizioni, può avere più senso parlare. Se l’atmosfera la­vo­ra­ti­va è poco appagante perché il su­per­vi­so­re non consente libertà di azione ai di­pen­den­ti o non mostra alcun ap­prez­za­men­to per il lavoro svolto, la mo­ti­va­zio­ne diminuirà. Qui mo­ti­va­zio­ne estrin­se­ca e mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca si fondono. Il ri­co­no­sci­men­to onesto o uno stimolo esterno danno alla persona la sen­sa­zio­ne che le proprie azioni siano ap­prez­za­te e se questo fa presa sulla persona può mantenere la sua mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca. Ma persino il di­pen­den­te più diligente è de­mo­ti­va­to se sente che i propri sforzi sono inutili e che non con­tri­bui­sco­no agli obiettivi aziendali.

La mo­ti­va­zio­ne estrin­se­ca è lo strumento di influenza che i su­per­vi­so­ri e il ma­na­ge­ment possono uti­liz­za­re at­ti­va­men­te per po­ten­zia­re la mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca dei propri di­pen­den­ti. Gli esperti di mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti ora ritengono che la mancanza di mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca nella maggior parte dei casi derivi da errori di stile di lea­der­ship. Spesso la de­mo­ti­va­zio­ne è infatti dovuta a fattori esterni: ad esempio la mancanza di tra­spa­ren­za, ri­co­no­sci­men­to o libertà di pro­get­ta­zio­ne. La buona notizia è che in quanto manager o su­per­vi­so­re, avete la pos­si­bi­li­tà di mantenere un’atmosfera di lavoro tale da far sentire i vostri di­pen­den­ti a proprio agio e motivati.

Il concetto di mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti

La mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti è un concetto di psi­co­lo­gia del lavoro e dell’or­ga­niz­za­zio­ne. La psi­co­lo­gia del lavoro analizza le attività per valutarle e quindi per pro­get­ta­re i processi la­vo­ra­ti­vi. L’obiettivo è quello di pro­muo­ve­re al meglio la com­pe­ten­za e le abilità nel lavoro. In questo contesto esistono pa­ral­le­li­smi con il concetto di mo­ti­va­zio­ne a lavoro, che si occupa dei bisogni di base che devono essere sod­di­sfat­ti per lavorare motivati.

La mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti, invece, coinvolge at­ti­va­men­te i di­pen­den­ti per garantire il loro benessere sul posto di lavoro e in­fluen­za­re il loro com­por­ta­men­to in modo tale da lavorare con il maggior en­tu­sia­smo nei confronti degli obiettivi dell’azienda. Ciò può avvenire sia man­te­nen­do le stesse pre­sta­zio­ni sia au­men­tan­do­le. Inoltre, se le pre­sta­zio­ni di alcuni di­pen­den­ti hanno risultati negativi, si possono attuare cam­bia­men­ti radicali.

De­fi­ni­zio­ne

La mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti comprende tutte le azioni dell’azienda che mirano a in­fluen­za­re po­si­ti­va­men­te la mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti a produrre. Il risultato ottimale è una maggiore o costante pro­dut­ti­vi­tà dei di­pen­den­ti e il loro sen­ti­men­to di af­fi­lia­zio­ne nei confronti degli obiettivi aziendali. Nor­mal­men­te ciò è collegato al fatto che il la­vo­ra­to­re si possa sentire a proprio agio sul posto di lavoro.

Ma la mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti è un concetto con­te­sta­to, nel senso che gli esperti con­ti­nua­no a non essere d’accordo su come meglio motivare i di­pen­den­ti, o almeno non de­mo­ti­var­li. Sono molti gli studi, tra cui la citata serie di studi Gallup che sug­ge­ri­sco­no che i di­pen­den­ti iniziano so­li­ta­men­te un nuovo lavoro motivati. Del resto, al di là dello stipendio, sono loro ad averlo scelto.

Però può succedere che i la­vo­ra­to­ri presto si limitino a fare lo stret­ta­men­te ne­ces­sa­rio o ad­di­rit­tu­ra si av­vi­li­sca­no in una sorta di “li­cen­zia­men­to interiore”, se i su­per­vi­so­ri diretti e il ma­na­ge­ment li de­mo­ti­va­no uti­liz­zan­do metodi di lea­der­ship inap­pro­pria­ti. Questo è perlomeno ciò che sostiene una tesi in voga, e cioè che una mancanza di coin­vol­gi­men­to emotivo da parte dei di­pen­den­ti è da ri­con­dur­re nella stra­gran­de mag­gio­ran­za dei casi alle debolezze della cultura aziendale e della lea­der­ship.

Secondo Marco Nink, che ha condotto degli studi per la men­zio­na­ta Gallup, la mo­ti­va­zio­ne può andare persa se de­ter­mi­na­ti bisogni fon­da­men­ta­li del di­pen­den­te non vengono sod­di­sfat­ti; egli ritiene infatti che la mancanza del coin­vol­gi­men­to emotivo possa essere ri­con­dot­ta molto spesso a carenze della cultura aziendale e nella gestione delle risorse umane. Le misure per la mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti possono dare i propri frutti solo se le esigenze di base sono sod­di­sfat­te.

È raro, anche in Italia, che le persone sentano un legame stretto con la propria azienda: la fetta maggiore dei di­pen­den­ti ha solo un debole legame, se non ad­di­rit­tu­ra ine­si­sten­te. In un’epoca in cui al la­vo­ra­to­re si chiede una sempre maggiore fles­si­bi­li­tà e dove molti sono costretti a lavorare come freelance o ad­di­rit­tu­ra tramite lavoro in­te­ri­na­le, non si stenta a credere che ci sia poca fi­de­liz­za­zio­ne nei confronti delle aziende.

La mancanza di legami verso l’azienda indica una cor­re­la­zio­ne con la mancanza di mo­ti­va­zio­ne. Spesso i di­pen­den­ti men­zio­na­no gli stessi motivi per entrambe le si­tua­zio­ni:

  • co­mu­ni­ca­zio­ne inef­fi­ca­ce
  • mancanza di tra­spa­ren­za
  • mancanza di agilità
  • mancanza di una cultura dell’errore

I di­pen­den­ti che hanno pochi o nessun legame con l’azienda spesso si trovano a un livello di mo­ti­va­zio­ne estre­ma­men­te basso. Gli esperti di­stin­guo­no tre livelli in questo senso:

  • lavorare “con spirito e corpo”: mo­ti­va­zio­ne molto alta e legame con l’azienda stretto
  • lavorare il ne­ces­sa­rio: la mo­ti­va­zio­ne è alta quanto lo è lo stipendio e l’impegno dura soltanto per l’orario di lavoro stabilito, senza concedere un minuto o uno sforzo in più; legame debole con l’azienda
  • essersi in­te­rior­men­te li­cen­zia­to: de­mo­ti­va­zio­ne elevata, pre­sta­zio­ni la­vo­ra­ti­ve minime o assenti, il com­por­ta­men­to può dan­neg­gia­re se stessi o l’azienda (esempio: annoiato e scortese in im­por­tan­ti colloqui con i clienti); nessun legame con l’azienda

Secondo un’indagine di WorkForce in Europe del 2018, un terzo dei la­vo­ra­to­ri italiani non è pro­dut­ti­vo, come riportato in un articolo del Sole 24 Ore, mentre il 10% è raramente o mai al massimo della propria ef­fi­cien­za.

I di­pen­den­ti at­tri­bui­sco­no spesso la colpa della si­tua­zio­ne, insieme all’inef­fi­cien­za o lentezza dei processi aziendali, ai manager stessi.

Motivare i di­pen­den­ti: la persona conta

I di­pen­den­ti motivati e legati all’azienda sono disposti a essere più ef­fi­cien­ti, più in­no­va­ti­vi e anche più re­si­sten­ti allo stress. Ciò porta come con­se­guen­za finale a maggiori vendite e maggiori guadagni. Vi sono tre livelli in cui i datori di lavoro o i su­per­vi­so­ri possono in­fluen­za­re la mo­ti­va­zio­ne dei propri di­pen­den­ti:

  • beni materiali e benefici im­ma­te­ria­li: misure e mezzi di­ret­ta­men­te correlati al lavoro come orari di lavoro, re­mu­ne­ra­zio­ne monetaria, sicurezza e pulizia del luogo di lavoro
  • influenze psi­co­lo­gi­che: com­por­ta­men­ti che in­fluen­za­no l’atmosfera la­vo­ra­ti­va, come lo stile ma­na­ge­ria­le del su­per­vi­so­re, la com­po­si­zio­ne del team e le misure pre­ven­ti­ve contro il mobbing
  • settore privato: worklife balance, creare momenti di tempo libero, con­si­de­ra­re la famiglia

Il punto più im­por­tan­te nella mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti è l’at­ten­zio­ne al di­pen­den­te come individuo: come accennato in pre­ce­den­za, le persone con­si­de­ra­no gli incentivi preziosi soltanto se li ri­co­no­sco­no come soggetti. Inoltre, diversi tipi di persone hanno esigenze e aspet­ta­ti­ve di base molto diverse sul posto di lavoro. Infine anche il livello di mo­ti­va­zio­ne e la sua direzione (se al­lon­ta­na­re i possibili rischi o per­se­gui­re obiettivi positivi) variano.

Mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti: bisogni fon­da­men­ta­li per una buona atmosfera la­vo­ra­ti­va

È ancora pratica comune motivare i di­pen­den­ti tramite incentivi, come ad esempio bonus, auto aziendali, sconti per palestre o ri­sto­ran­ti. Tali incentivi aumentano il benessere, tuttavia è es­sen­zia­le l’effettiva pro­get­ta­zio­ne dell’attività la­vo­ra­ti­va per raf­for­za­re la mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca. La rivista sta­tu­ni­ten­se Inc.com cita studi del 1950 che hanno mostrato che i lavori monotoni e semplici, simili a una catena di montaggio per in­ten­der­ci, abbassano no­te­vol­men­te la mo­ti­va­zio­ne dei la­vo­ra­to­ri. Inoltre si riscontra un aumento dell’as­sen­tei­smo e del turnover dei di­pen­den­ti. Questi risultati hanno portato a misure de­no­mi­na­te “job en­lar­ge­ment” (che in italiano significa “al­lar­ga­men­to del lavoro”). Questi risultati sono ancora attuali.

Job Design: mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca at­tra­ver­so la pro­get­ta­zio­ne del lavoro

Il job en­lar­ge­ment è uno dei quattro approcci che pre­sup­pon­go­no che si possano aumentare la pro­dut­ti­vi­tà o la mo­ti­va­zio­ne strut­tu­ran­do l’attività la­vo­ra­ti­va (concetto indicato anche come job design). Il modo in cui il lavoro è di­stri­bui­to tra i singoli di­pen­den­ti, lo spazio di manovra, la varietà e l’ap­pro­fon­di­men­to tematico che l’attività consente influenza il valore sog­get­ti­vo che i di­pen­den­ti at­tri­bui­sco­no all’attività stessa. Un valore alto aumenta la pro­ba­bi­li­tà che essi svolgano il compito per se stessi, raf­for­zan­do in tal modo la mo­ti­va­zio­ne in­trin­se­ca.

Il job en­lar­ge­ment mira a motivare i di­pen­den­ti offrendo loro un grado di varietà. Gli individui lavorano cioè su diverse attività. L’opposto del job en­lar­ge­ment è la job sim­pli­fi­ca­tion (sem­pli­fi­ca­zio­ne la­vo­ra­ti­va), che consiste nel far spe­cia­liz­za­re i la­vo­ra­to­ri in un’attività stan­dar­diz­za­ta da ripetere – l’esempio estremo di questo caso è il lavoro nella catena di montaggio. Le persone che lavorano in tali cir­co­stan­ze di noiosa ri­pe­ti­ti­vi­tà hanno maggiori pos­si­bi­li­tà di soffrire di malattie legate al lavoro e in media sono anche meno motivate.

La job rotation (rotazione la­vo­ra­ti­va) viene spesso uti­liz­za­ta in ap­pren­di­sta­ti e tirocini: i di­pen­den­ti cambiano a in­ter­val­li regolari il proprio campo di attività, avendo così una visione generale dell’azienda. Inoltre, questo metodo ha lo scopo di prevenire l’esau­ri­men­to, so­prat­tut­to nelle attività fisiche.

Il job en­ri­ch­ment (ar­ric­chi­men­to la­vo­ra­ti­vo) è un metodo adatto per di­pen­den­ti par­ti­co­lar­men­te ambiziosi che vedono il valore del proprio lavoro spe­cial­men­te quando hanno la sen­sa­zio­ne di dirigersi verso l’alto. Affidando loro maggiori re­spon­sa­bi­li­tà li farete sentire più va­lo­riz­za­ti e stimolati da nuove sfide. Anche coloro che for­ni­sco­no meno pre­sta­zio­ni possono forse pro­spe­ra­re con compiti ag­giun­ti­vi.

Questi metodi con­sen­to­no una pro­get­ta­zio­ne mirata del lavoro e delle attività, mentre il prossimo si concentra sullo stile di lea­der­ship. Questi sono i com­po­nen­ti più im­por­tan­ti per uno sviluppo positivo dei di­pen­den­ti:

Con­sen­ti­re autonomia

L’em­po­wer­ment, che consiste nella pos­si­bi­li­tà di svi­lup­par­si li­be­ra­men­te, è un bisogno umano che ci fa aspirare a obiettivi più alti. I la­vo­ra­to­ri do­vreb­be­ro avere la sen­sa­zio­ne che il proprio lavoro è im­por­tan­te e ap­prez­za­to. Tuttavia, se non hanno alcun potere de­ci­sio­na­le sulla propria area di attività, la loro va­lu­ta­zio­ne sog­get­ti­va dei propri risultati peggiora. Se un su­per­vi­so­re si occupa della mi­cro­ge­stio­ne pre­sta­bi­len­do ogni singolo dettaglio delle singole attività, il di­pen­den­te non si sente preso sul serio. Se poi dovesse essere re­spon­sa­bi­le di un cattivo risultato, insorge una vera e propria fru­stra­zio­ne. Se affidate ai vostri di­pen­den­ti delle decisioni e concedete loro le risorse ne­ces­sa­rie, au­men­te­ran­no capacità critica, fiducia e volontà di imparare.

Uti­liz­za­re il lavoro in team in modo pro­dut­ti­vo

Il lavoro di squadra può essere una ma­le­di­zio­ne o una be­ne­di­zio­ne per la mo­ti­va­zio­ne, a seconda di come è strut­tu­ra­to il team. Infatti un team male or­ga­niz­za­to dà la pos­si­bi­li­tà a di­pen­den­ti che hanno già in­te­rior­men­te preso le distanze dall’azienda di na­scon­der­si dietro colleghi più pro­dut­ti­vi. Una chiara di­stri­bu­zio­ne dei compiti aiuta a non di­men­ti­ca­re nulla e nessuno viene in questo modo so­vrac­ca­ri­ca­to. Anche la co­stel­la­zio­ne dei diversi membri del team influenza la pro­dut­ti­vi­tà: se i di­pen­den­ti si frenano l’un l’altro occorre as­so­lu­ta­men­te di­scu­ter­ne.

Nor­mal­men­te i progetti ri­chie­do­no la col­la­bo­ra­zio­ne tra più persone. Tuttavia, alcuni compiti sono più facili da fare da soli. Ci sono anche impiegati che pre­fe­ri­sco­no gettarsi su un tema ed elaborare i dettagli. Pertanto, uti­liz­za­re un’al­ter­nan­za di lavoro di squadra e progetti in­di­vi­dua­li è una buona soluzione. In questo modo ap­prez­za­te i con­tri­bu­ti di ciascuno e sfruttate il po­ten­zia­le generato dai vostri di­pen­den­ti nelle diverse co­stel­la­zio­ni.

Ri­co­no­sci­men­to

Il ri­co­no­sci­men­to per un buon lavoro è uno dei capisaldi della mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti: la conferma da parte di altre persone è im­por­tan­te per l’autostima. Essi mostrano di ap­prez­za­re il lavoro di una persona mostrando il loro rispetto per le sue opinioni nei rapporti quo­ti­dia­ni. Il vostro di­pen­den­te è più della somma delle sue capacità, è una persona che dovreste percepire e ap­prez­za­re in quanto tale, in quanto persona. Se volete mostrare il vostro ap­prez­za­men­to, potete anche uti­liz­za­re un colloquio di feedback ben ponderato.

Elogio

La lode, al contrario del ri­co­no­sci­men­to, deve essere co­mu­ni­ca­ta in un momento preciso e deve formulata in modo specifico. Come ap­prez­za­men­to, l’elogio spontaneo, purché onesto, è un buon modo per premiare la mo­ti­va­zio­ne. Ma alcuni superiori con­fon­do­no le lodi con il ri­co­no­sci­men­to. Coloro che in generale non hanno una buona parola per i propri di­pen­den­ti non possono aspet­tar­si una mo­ti­va­zio­ne esu­be­ran­te a fronte di una lode. Piuttosto, è più facile che la lode in questa si­tua­zio­ne venga sot­to­va­lu­ta­ta o con­si­de­ra­ta non vera. Se invece mostrate re­go­lar­men­te il vostro ri­co­no­sci­men­to, anche una lode può aumentare la mo­ti­va­zio­ne.

Co­mu­ni­ca­zio­ne tra­spa­ren­te

Il senso di impotenza porta alla ras­se­gna­zio­ne e a evitare le sfide. Se ai di­pen­den­ti vengono forniti soltanto istru­zio­ni e risultati senza conoscere le ragioni delle decisioni, alla fine si frustrano. Inoltre, la mancanza di tra­spa­ren­za favorisce i mormorii in azienda. Da piccole in­for­ma­zio­ni mancanti possono ra­pi­da­men­te insorgere disordini tra i la­vo­ra­to­ri.

Critica co­strut­ti­va e cultura dell’errore

Le critiche do­vreb­be­ro essere espresse sempre a quattr’occhi e con un tono adeguato: esporre una persona a critiche di fronte ai colleghi crea una varietà di emozioni negative quali vergogna, perdita di rispetto, de­mo­ti­va­zio­ne, senso di umi­lia­zio­ne, senso di rivalsa. In questo modo non si fa altro che creare un ambiente di lavoro malsano. Piuttosto ha più senso sup­por­ta­re una cultura co­strut­ti­va riguardo agli errori: gli errori in genere sono ine­vi­ta­bi­li, ma da essi si può sempre imparare. Ciò però diviene possibile soltanto se si svi­lup­pa­no strategie per af­fron­tar­li.

Ot­ti­miz­za­te i feedback citando le ca­rat­te­ri­sti­che positive del di­pen­den­te oltre alle critiche. Di­mo­stra­te in che modo i talenti della persona possano bi­lan­cia­re eventuali punti critici, poiché so­li­ta­men­te è più facile pro­muo­ve­re qualità positive piuttosto che con­cen­trar­si sempre su quelle negative.

Idee creative che motivano i di­pen­den­ti

Poiché la mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti riguarda in gran parte le questioni in­ter­per­so­na­li, le aziende con un numero gestibile di di­pen­den­ti possono per­se­gui­re strategie di mo­ti­va­zio­ne fles­si­bi­li.

Attività in team per rin­sal­da­re lo spirito di gruppo

Il lavoro di squadra deve essere appreso e uno dei metodi più efficaci per impararlo è il gioco. Date al vostro team un compito o un obiettivo comune da rag­giun­ge­re e premiate il lavoro di squadra, non i singoli membri. Alcuni si allenano insieme per una maratona benefica, altri lavorano insieme per creare un’opera d’arte, perché no anche con un po’ di ami­che­vo­le com­pe­ti­zio­ne, ad esempio creando diverse squadre e facendole competere l’una contro l’altra. È im­por­tan­te che i su­per­vi­so­ri non si tirino fuori dalle attività, perché è proprio qui che hanno l’occasione di conoscere in modo informale i propri di­pen­den­ti.

Rendere tangibili ri­co­no­sci­men­ti e lodi

Uno stipendio adeguato offre una certa fiducia di base nel proprio lavoro e tutti ap­prez­za­no un bonus, ma vari studi sug­ge­ri­sco­no che segnali di ri­co­no­sci­men­to semplici, tem­pe­sti­vi e mirati in­di­vi­dual­men­te mi­glio­ra­no la mo­ti­va­zio­ne. Ad esempio una pizza per tutti i membri del team dopo aver com­ple­ta­to un progetto può fare miracoli. Prestare at­ten­zio­ne alla presenza di eventuali vegani o persone con in­tol­le­ran­ze nel team offrendo loro un’al­ter­na­ti­va è un chiaro segno di interesse e con­si­de­ra­zio­ne. Altri su­per­vi­so­ri elogiano i propri di­pen­den­ti con note scritte di proprio pugno, o inviano a casa auguri di com­plean­no e fiori.

Un esempio è stato Four Pi Systems (ora parte di HP): a una di­pen­den­te ec­cel­len­te, la svi­lup­pa­tri­ce di software Jennifer Wallick, il proprio di­par­ti­men­to ha dedicato un day of ap­pre­cia­tion (giornata di ri­co­no­sci­men­to) nel quale ogni quarto d’ora le si pre­sen­ta­va­no colleghi per rin­gra­ziar­la del suo con­tri­bu­to all’azienda, con­gra­tu­lar­si e portarle fiori.

Pro­get­ta­zio­ne delle attività

Se il lavoro è in sé di­ver­ten­te, suscita curiosità e dà l’im­pres­sio­ne di avere un valore, anche la mo­ti­va­zio­ne aumenta. Ma in che modo si mette in pratica la teoria? Alcuni datori di lavoro non solo danno ai propri team un ampio margine di manovra, ma anche il controllo del budget per il progetto.

Alla Chaparall Steel la cultura dell’errore si basava anche sul fatto che le idee in­no­va­ti­ve potevano essere im­ple­men­ta­te solo con un certo rischio di errore. Secondo uno studio descritto nella pub­bli­ca­zio­ne “De­my­sti­fy­ing Or­ga­ni­za­tio­nal Learning” un team ha pro­get­ta­to nuove macchine per la società texana che con 60.000 dollari ri­chie­de­va­no un budget molto minore rispetto alle vecchie macchine, che invece costavano circa 200.000 dollari.

Con­clu­sio­ne

La mo­ti­va­zio­ne dei di­pen­den­ti è un mezzo facile da im­ple­men­ta­re e allo stesso tempo efficace in termini di costi per pro­muo­ve­re l’atmosfera la­vo­ra­ti­va. Per lodi e ri­co­no­sci­men­ti non è nemmeno ne­ces­sa­rio un budget. Tuttavia non è così facile creare un ambiente di lavoro ottimale, spe­cial­men­te quando l’au­to­va­lu­ta­zio­ne e la per­ce­zio­ne esterna dei leader divergono.

In­nan­zi­tut­to è im­por­tan­te un buono stile di lea­der­ship, e il primo passo per attuarlo è la co­mu­ni­ca­zio­ne personale con i di­pen­den­ti. Se sapete cosa ap­pas­sio­na e muove i vostri di­pen­den­ti, e allo stesso tempo avete una buona co­no­scen­za delle esigenze aziendali, potete collocare i di­pen­den­ti nel posto ap­pro­pria­to. Decisioni tra­spa­ren­ti e chiari valori aziendali che creano un senso di ap­par­te­nen­za aumentano il legame tra di­pen­den­ti e azienda. Ri­cor­da­te­vi di con­sen­ti­re una certa dose di di­ver­ti­men­to al lavoro e di fe­steg­gia­re i successi: con dei di­pen­den­ti motivati ne avrete tutte le ragioni!

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